Autodisciplina
L'Eresia dell'Amo SingoloIn queste righe userò la prima persona proprio perché l’argomento riguarda una scelta personale maturata su una serie di considerazioni personali. Oggi, quando parlo della sostituzione dell’ancoretta con l’amo singolo, per non parlare della rimozione dell’ardiglione, percepisco un senso di diffidenza da parte di chi mi ascolta. È come se ci fosse una sottile barriera mentale che impedisce di svincolarsi da vecchi schemi mentali che si riassumono nella frase ‘’pesca e padella’’. A sostegno di questa mia affermazione sta il fatto che ho notato più interesse da parte delle giovani leve piuttosto che da navigati esperti del lancio. Eppure entrambe queste categorie di pescatori sono coscienti dello stato del nostro fiume e dei suoi abitanti, con una sottile differenza però: i giovani, grazie ad internet assumono maggiori informazioni, sono più inclini al dialogo e sembrano mantenere inalterato il naturale entusiasmo che per l’altra categoria sembra essersi perso negli anni. Sicuramente le vecchie leve conoscevano un fiume diverso: più pulito e più popolato. Non c’erano, insomma, tutte le problematiche che affliggono oggi il nostro Isonzo. Si faceva bottino e basta: cinque trote, cinque temoli, dieci cavedani etc etc. tanto di pesce c’è n’era e per raggiungere l’obbiettivo quasi tutto era permesso purché assicurasse la sicurezza del cestino. Ma i tempi, e il fiume, sono cambiati. Molti non sono riusciti ad adattarsi ai cambiamenti e hanno appeso le canne al chiodo, dando la causa della loro decisione proprio alla mancanza di pesce e qualcuno riversando anche la responsabilità sulla gestione delle acque. Altri imperterriti hanno continuato praticando una sorta di ‘’pesca di sostentamento’’ approfittando delle semine. Ma qualcuno ha intuito che era più remunerante ricercare la qualità rispetto alla quantità. Io appartengo a questa categoria, avendo avuto la fortuna di vivere il fiume fino dagli anni settanta (anche grazie alle esperienze indirette vissute con mio padre e mio nonno) e avendo assistito a questa fase di transizione mantenendo inalterato l’entusiasmo. Per me il salto è stato proprio la decisione di utilizzare l’amo singolo. Ho iniziato ad usarlo quasi per caso, sette anni fa. La sicurezza economica del lavoro, da un po’ di tempo, mi aveva dato finalmente accesso al paradiso: qualsiasi cosa fosse esposta sul bancone del negozio di pesca, soprattutto esche, non era più un sogno irraggiungibile. Era quindi un periodo di piena sperimentazione ed in concomitanza con questo avevo iniziato il mio percorso di auto costruttore di esche artificiali. Paradossalmente, il primo pensiero verso l’amo singolo, è stato quello che usandolo avrei ridotto la probabilità di perdita dei miei preziosi artificiali. Quindi una decisione presa quasi per curiosità verso l’efficacia di tale sistema senza però dimenticare anche il presunto minor danno che avrei arrecato al pesce. C’è da dire che al tempo, ai fini della mia esperienza, un’iridea valeva ancora come una marmorata. L’attrezzatura che utilizzavo era di tipo medio leggero con artificiali che raramente superavano i 10 cm di lunghezza. Questo portava, ovviamente ad avere un’elevata frequenza di abboccate da parte di esemplari giovanili (per la maggior parte marmorate) che spesso finivano per ritrovarsi la bocca cucita dall’ancoretta, fatto che, nonostante l’assenza degli ardiglioni, mi costringeva spesso a lunghe operazioni di manipolazione prima di liberarle con conseguente emorragia. Poiché mi hanno insegnato che un pesce che sanguina è un pesce compromesso volevo appunto ridurre al minimo assoluto queste casualità. Sentivo questo problema in modo particolare anche in virtù del fatto che avevo iniziato a rilasciare quasi tutto il pescato. Trovo più stimolante tutta la fase precedente il trattenimento della trota, dalla preparazione alla battuta di pesca alla concentrazione del lancio e del recupero fino al combattimento che culmina con il guadinamento del pesce. Ma a quel punto mi sembra uno spreco di emozioni se tutto deve finire con una randellata. Invece ho scoperto che il ‘’giusto premio’’ da aggiungere alle soddisfazioni già guadagnate è vedere la trota andarsene incolume. Ciò vuol dire che tutto è stato fatto nel giusto dei modi a partire da come l’ho presa fino a come l’ho liberata. Così il cerchio si chiude e chissà magari in un futuro le nostre strade si incroceranno ancora. L’utilizzo dell’amo singolo mi ha aiutato a intraprendere questo cammino e nonostante molti non mi credono, mi ha permesso di raggiungere una sicurezza in fase di pesca che mai avrei pensato di provare. Oggi la mia massima preoccupazione è di controllare se ho schiacciato l’ardiglione, tanto so che l’esca farà comunque il suo lavoro, dopodiché mi concentro solo sull’azione di pesca, rilassato come non mai. E nel caso avvenga l’abboccata riesco a trovare la giusta concentrazione che mi permette di godere appieno dell’azione. Ma non è sulla quantità delle catture, o delle perdite, che dovrebbe maturare la scelta e neppure dovrebbe essere fatto il bilancio, anche se quest’ultimo, inizialmente potrebbe essere utile per apportare piccole modifiche alla tecnica e all’attrezzatura. Bisogna saper guardare in avanti nel tempo e chiederci cosa ci si aspetta dal fiume in un futuro neanche tanto remoto, ma allo stesso tempo chiederci cosa possiamo fare per garantire una continuità alla nostra passione e una garanzia di sopravvivenza a tutti i suoi abitanti. foto di esemplari rovinati dall'ancoretta Nel caso della marmorata e del temolo esiste un preciso programma di salvaguardia che si fonda sul coordinamento tra Gestore delle acque e Staff scientifico competente. Tale programma è strutturato in varie fasi che vanno dallo studio delle popolazioni locali di salmonidi, alla selezione dei ceppi genetici tipici, per arrivare, attraverso l’allevamento, fino alla loro semina nei corsi d’acqua idonei. Ma il programma non dovrebbe esaurirsi con le semine, che ricordiamo sono da considerarsi come un’integrazione delle popolazioni selvatiche (che sono poi quelle da tutelare). Qui entra in la fase in campo, quella che riguarda direttamente noi pescatori e che si prefigge di salvaguardare le popolazioni facendo rispettare i periodi di divieti (necessari per la tregua riproduttiva), le misure minime e la quantità minima di prelievo. È la fase più delicata, a mio avviso, quella dove possiamo dare il nostro importante contributo per la riuscita del programma verificando allo stesso tempo i risultati della prima fase. Ed è a questo punto che dovrebbe inserirsi una riflessione proprio sull’uso dell’amo singolo senza ardiglione. Esso costituisce una misura adottata dalla maggior parte dei protocolli di salvaguardia delle specie ittiche a livello mondiale e allo stesso tempo anche dalla maggior parte delle riserve, quelle stesse che grazie agli introiti fatturati con i permessi sono in grado di competere con aziende di grosso calibro Nulla si strano se consideriamo che ‘’ecologia’’ed ‘’economia’’ oltre ad avere in comune la stessa radice ‘’eco’’e cioè ‘’casa’’, hanno molte similitudini nelle leggi che le regolano. A chi verrebbe in mente di investire magari anche venti euro (per non parlare dei centinaia richiesti dalle riserve private rinomate) se poi i pesci non ci sono o sono piccoli? Lo stesso discorso potrebbe essere fatto anche per le nostre licenze regionali. Quanti hanno appeso le canne al chiodo dietro la motivazione della scomparsa del pesce. Certo quelle persone hanno visto i tempi d’oro del fiume dove temoli e marmorate si faticava a contarli. Ma tempi sono cambiati come pure le portate del fiume, livelli di inquinamento e la predazione dei cormorani. E se a tutto ciò aggiungiamo anche la pressione di pesca(anche la loro) ne salta fuori un quadro in cui è imperativo intervenire affinché la popolazioni dei nostri salmonidi riescano a riprendersi. Una delle strategie che possiamo attuare, proprio per ridurre l’impatto della nostra attività sulla popolazione marmorata, è quella di sostituire le nostre ancorette con un amo senza ardiglione. Se decidiamo di praticare il C&R questo passaggio è d’obbligo,pena l’ipocrisia. Tralasciando per il momento il discorso del C&R, che merita un capitolo a se, anche chi è a favore della trattenuta di qualche esemplare per la cena potrebbe iniziare a liberasi delle ancorette ricordando che non tutti i vantaggi sono visibili immediatamente con la singola cattura ma si manifesteranno a lungo termine. Ma per comprenderli a pieno bisogna avere una concezione ad ampio raggio del sistema pesca-ambiente. Tale concezione si basa su alcuni semplici presupposti: Laddove sia in atto un processo di conservazione di una specie di salmonide selvatico (nel nostro caso la marmorata e il temolo) ogni singolo individuo ha un valore intrinseco per il recupero della popolazione stessa. In poche parole ogni trota che sopravvive può riprodursi aumentando le possibilità di sopravvivenza della specie. Non possiamo dimenticare che la perdita degli stadi giovanili va inevitabilmente a modificare negativamente l’abbondanza degli esemplari adulti anche parecchi anni dopo. In poche parole gli stadi giovanili sono il punto debole della comunità di trote e più ne sopravvivono e maggiori sono le possibilità di riproduzione. Il numero di nuovi danni per cattura è maggiore negli esemplari piccoli, in quanto più facili da catturare rispetto a quelli grandi, e soprattutto per il fatto che dall’analisi emerge che gli esemplari più piccoli tendono ad avere ratei di sanguinamento più elevati poiché hanno più probabilità che l’amo penetri in zone sensibili. Da queste due premesse risulta che, se vogliamo salvaguardare la trota marmorata (ma anche il temolo e tutte la altre specie in pericolo) dobbiamo garantirne la sopravvivenza e per poterlo fare dobbiamo adottare misure adeguate a diminuire la perdita di entrambi gli stadi (giovanili e adulto). E’ necessario, quindi, prendere in esame tutte le cause di mortalità legate alla nostra attività. 1. Innanzitutto la prima causa di mortalità sta proprio nel tipo di danno che l’esca causa al pesce. A differenza delle tecniche con le esche naturali dove vi è maggior possibilità che l’amo/ancoretta penetri in profondità nel tratto orale e gastrico (estremamente vulnerabile) nello spinning e nella mosca l’aggancio dell’esca avviene di norma nei punti iniziali del tratto orale. Ma questo fattore non ci mette al sicuro dal provocare un danno potenzialmente letale alla trota. Dagli studi eseguiti risulta che la mortalità aumenta di molto nel passaggio da amo singolo ad ancoretta presumibilmente perché l’aumento dei punti di penetrazione, porta ad un incremento della probabilità di danno ad una parte critica con relativo sanguinamento. Anche l’ardiglione gioca la sua parte: la sua funzione è quella di mantenere in sede l’amo ma, a seguito delle sollecitazioni a cui è sottoposto nel combattimento, causa frequenti lacerazioni del tessuto alle quali vanno aggiunte anche quelle causate durante i tentativi (spesso maldestri) di slamatura. 2. una volta catturato, il pesce, viene sottoposto a differenti stress che non sempre possono portare ad un’immediata mortalità. Questo presupposto riguarda gli stress dovuti alla distruzione fisiologica legata al ‘’landing time’’ ovvero al contatto con il terreno, al tempo di manipolazione della cattura, all’esposizione all’aria durante la rimozione dell’amo o quando vengono fotografati. Tra questi fattori è stato visto che l’esposizione all’aria gioca un ruolo importante nella mortalità post-cattura: tempi prolungati di esposizione e manipolazione possono portare a scompensi motori che, nei casi più gravi, si manifestano con un’incapacità a nuotare. Pesci rilasciati dopo un’elevata esposizione all’aria possono diventare proprio per questo motivo facili prede da parte di predatori (uccelli e altri pesci) come pure possono essere trascinati via dalla corrente. La conclusione è che i tempi di esposizione non dovrebbero essere superiori ai 60 Secondi anche se in teoria dovrebbero essere evitati del tutto. Dobbiamo tenere presente, inoltre, che maggiore è la temperatura dell’acqua, maggiore è il danno probabile. Anche in questo caso l’utilizzo dell’amo singolo senza ardiglione ci viene incontro in quanto permette di ridurre notevolmente le fasi di manipolazione poiché il tempo necessario per la sua rimozione è minore rispetto a quello di ami e ancorette con ardiglione. 3. Anche il tempo di combattimento è un fattore importante. Meno dura e minore sarà lo stress subito dal pesce. Non esiste sportività nell'utilizzare diametri del filo sottile o attrezzature sottodimensionate se alla fine dobbiamo tenere in tensione un pesce per tempi troppo lunghi. Volendo riassumere tutti questi fattori elencati in un unico elemento risulta che il principale fattore indiretto di mortalità è proprio l’inesperienza del pescatore: mi ha colpito molto leggere in alcuni studi la frase seguente: ‘’I pescatori novizi producono proporzionalmente più danni rispetto ai pescatori esperti’’. Niente di più vero. Ma ovviamente nessuno nasce pescatore: lo diventa frequentando la scuola del fiume e come ogni buona scuola, se questo qualcuno, gli dedica il giusto impegno (anche seguendo certe regole) progredisce e raggiunge le meritate soddisfazioni. Per spiegarmi riporto un classico esempio di critica che viene mossa contro l’amo singolo: alcuni sono convinti che a causa della maggior penetrazione dell’amo ci sia un maggior rischio di colpire zone sensibili come occhi o scatola cranica. Se andassimo a pescare in torrenti di montagna dove la media delle trote raramente supera i 20cm potrei anche pensarci su. Ma qui da noi è possibile fare una selezione della taglia. Ne abbiamo l’opportunità. Possiamo utilizzare esche rapportate alle marmorate che vivono in un fiume di pianura come l’Isonzo. In fin dei conti i nostri vicini sloveni (per i quali abbiamo sempre parole di ammirazione per gestione e fiumi) hanno messo una misura minima dell’artificiale nei tratti consentiti: 7cm!!! Questo è quello che mi ha insegnato la ‘’scuola del fiume’’, posso limitare al minimo la cattura di esemplari sottomisura semplicemente aumentando la dimensione delle esche. E anche quando capita di prenderne di piccoli, quasi sempre sono presi all’esterno della bocca e una volta guadinati si liberano da soli senza che io debba intervenire in alcun modo. Concludendo posso invitarvi ad una riflessione in merito all’utilizzo dell’amo singolo soprattutto se si è dediti al C&R, che certamente non è immune dalle perdite ,ma costituisce già di per se stesso un’ottima misura preventiva e, se seguita con i giusti accorgimenti, risulta esser la forma meno impattante sull’ecosistema. Se dovessi chiedermi cosa mi aspetto dal fiume nei tempi a venire, la risposta sarebbe continuità. Continuità nella passione, nel divertimento e nel rispetto. Questo è il mio impegno. Chiamatemi idealista. 09/02/2010 spoonboy |
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